Snob e snobbata: povera rivoluzione inglese…

La riflessione con cui apro questo post di storia, è soprattutto una riflessione da studentessa. Perché mi ricordo bene quanta poca considerazione avesse nel mio percorso scolastico (e, devo ammettere anche universitario) la rivoluzione inglese. Sarà per quel rifiuto genetico che proviamo verso le algide cerimoniosità inglesi, sarà che qualsiasi accenno all’espressione “monarchia inglese” ci fa balzare davanti gli occhi i cappellini tanto vezzosi quanto demodé dell’attuale regina di Inghilterra Elisabetta II. Sarà perché i professori la programmavano a fine anno scolastico, in quelle calde giornate di tarda primavera, che tutto potevano ispirare tranne il fascino per le nebbie delle grandi tenute fondiarie dell’aristocrazia inglese di metà Seicento. La sola ipotesi di quanto potesse pesare l’armatura di un soldato della New Model Army e di quanto caldo facesse lì dentro, metteva angoscia. Sarà (ce ne sono tanti di “sarà”) che una certa tendenza storiografica continentale ha snobbato la rivoluzione insulare di Oliver Cromwell e che troppe energie vengono spese per quella francese.

Triple_portrait_of_Charles_I

Carlo I di Inghilterra

Sarà. Ma della rivoluzione inglese nella scuola secondaria di primo e secondo grado, si parla poco o nulla, veloce o male, smart e small. Oggi, con la relativa autonomia delle indicazioni nazionali (cioè l’orizzonte di obiettivi che dovrebbero orientare il nostro lavoro di docenti, non esistendo più i “programmi scolastici”), abbiamo la possibilità di dedicare a questo evento così significativo per la storia della nostra Europa e della nostra moderna concezione di democrazia, addirittura i primi giorni di scuola. Scelta che ho consapevolmente fatto, mozzando il 1600 a metà. Ma la fine della guerra dei trent’anni mi sembrava una conclusione del primo tempo sensata. A settembre avremmo ricominciato proprio da lì e sarebbe stato un anno davvero movimentato con tutte queste rivoluzioni (inglese, francese, americana, risorgimentale).

Povera rivoluzione inglese! Eppure è proprio la prima, dopo secoli di disordini (fuochi di paglia), di guerre (interminabili),  a poter essere considerata davvero una rivoluzione (se tralasciamo quella copernicana in campo scientifico/culturale) e non una semplice sommossa o guerra civile. Non si scontrano solo il re e il Parlamento, ma il vecchio e il nuovo, il reazionario e il moderno.

Partiamo dalle parole, che per me sono come i sassolini di Pollicino e mi aiutano spesso a trovare il sentiero giusto. Il termine “rivoluzione” deriva dal latino “revolutio”, nel senso di “rivolgimento” in quanto cambiamento radicale, che lascia segni indelebili sul corpo della storia, come qualcuno che ti mette al rovescio una bella giacca appena stirata, te la stropiccia e te la scuce con una certa aggressività. Una bella fregatura essendo una giacca a cui tenevi molto. Ma “revolutio” significa anche “ritorno”, perché la rivoluzione prima o poi finisce e a questa segue un periodo chiamato “restaurazione”, cioè ripristino dell’ordine precedente.

Ma è solo un’illusione, il necessario momento di tregua perché dal caos rinasca l’ordine o almeno un equilibrio che sarà necessariamente il figlio vivace di quella rivoluzione che ha stravolto il mondo materialmente e spiritualmente. Nel caso della rivoluzione inglese  viene intaccato innanzitutto il potere del re, che non potrà mai più essere, in Inghilterra, un monarca assoluto, cioè “sciolto” da ogni vincolo e superiore a ogni legge, ma dovrà fare i conti con le numerose voci espresse dal Parlamento. Ecco perché si discute tantissimo sul tema dell’origine del potere. Filosofi, giuristi, politologi, tutti hanno qualcosa da dire in proposito. Non si tratta di un argomento nuovo, ma nuove sono le risposte, le proposte e le ipotesi che trovano forma. Se nell’antichità (a parte qualche rara eccezione) e durante il Medioevo, il re era visto come depositario di un potere di natura divina (come fosse il vicario di Dio in terra) e la lotta per lo scettro del potere temporale era stato a lungo conteso con il papa, ora nessuno si beve più questa storia, almeno non più un inglese del XVII secolo. Quando re Giacomo I scriverà che:

i re non sono solo i luogotenenti di Dio sulla Terra, e siedono sul trono di Dio, ma anche da Dio stesso vengono chiamati dei1

 sembra di leggere gli ultimi vaneggiamenti di un uomo che deve trovare qualsiasi mezzo per autolegittimare il proprio tirannico potere (e forse la scarsa autostima in se stesso?). Il re non sarà più superiore alla legge, ma il suo potere deriva dal popolo (da qui l’espressione “sovranità popolare”), per cui la legge diventa superiore al re in quanto l’autore della legge è il popolo inglese. Che poi per “popolo inglese” intendessero solo l’élite e la povera gente ne fosse esclusa, questo è un altro discorso che la nostra sensibilità contemporanea e democratica deve notare, ma tralasciare, in quanto l’elaborazione di questi concetti è già da solo un’autentica rivoluzione culturale, sociale, politica.

Battle_of_Naseby

Battaglia di Naseby

Ora, un terremoto come quello inglese mette in discussione il potere del re e mette in discussione la Chiesa di Stato. L’Inghilterra del Seicento è un puzzle di confessioni religiose: anglicani, cattolici e calvinisti sono diciamo la prima grande distinzione, all’interno della quale si vengono a formare nuovi movimenti, tendenze intransigenti nei confronti dei ricchi e corrotti vescovi anglicani, desiderosi di tornare a una purezza della Chiesa nazionale, che parli in modo autentico dal pulpito a inglesi che sono sempre più colti, istruiti, attenti. I calvinisti inglesi più radicali prendono il nome di “puritani” e avranno un ruolo non da poco nel clima di contestazione, di rinnovamento, di cambiamento e saranno tra i protagonisti degli scontri armati successivi. Per questa loro cocciuta ostilità religiosa e intellettuale, verranno perseguitati dal re e molti di loro verranno mandati nelle colonie del Nuovo Mondo. Qui, invece di chinare la testa, lavoreranno sodo, continueranno a credere nei loro ferrei principi di derivazione calvinista e pianteranno i semi di un’altra rivoluzione che arriverà dopo circa un secolo e che porterà alla fondazione degli Stati Uniti d’America.

Vedete quanto lontano bisogna guardare per individuare solo una piccola parte della cause di un evento? A scuola si dimentica spesso di andare a ritroso. Passare dalla inferenza causa-effetto-causa-effetto a quella che partendo dall’effetto ritorna alle cause. Essere elastici, andare avanti e indietro, indietro e avanti. Dai gamberi si può imparare molto… Comunque tornando alla nostra bistrattata rivoluzione. Come si fa a dimenticare che sono gli anni in cui qualcuno per la prima volta parla di suffragio universale a prescindere dal censo? Come dimenticare che qualcuno anticipò le idee di Proudhon (che visse nel XIX secolo), proponendo l’abolizione della proprietà privata? Come tutti i pionieri troppo in anticipo sui loro tempi, questi “buontemponi” radicali e anarchici saranno troppo rivoluzionari anche per la stessa rivoluzione che li isolò, ma è qui, in questo pezzo di mondo e di tempo tra il 1640 e il 1660 che la democrazia e la libertà possono tirar giù il cappuccio della felpa e mostrare il loro volto. Almeno per qualche anno. Poi torneranno a nascondersi dentro il cappuccio e infilare le mani in tasca, ma ormai sono state viste da tanti e in tanti non le dimenticheranno.

Inghilterra come laboratorio di discussione, un esercito, quello di Cromwell in cui di giorno si combatteva e di notte si studiava sui libri e si leggeva la Bibbia (quando mai si erano visti soldati così colti, abituata come era l’Europa ad avidi mercenari interessati solo a far razzie?), un Parlamento che costringe il re a convocarlo almeno ogni tre anni, a impedirgli di scioglierlo, che combatte contro le tasse imposte dal re e in particolar modo contro la Ship Money, tassa di origine medievale, considerata una vera ingiustizia. E ultima nota nell’elenco, anche se meriterebbe di essere presentata con squilli di tromba, la soppressione della censura di stampa che porta a una pioggia di pubblicazioni, di libelli di stampo politico/religioso. Dopo soli tre anni questa ventata di libertà (la libertà di espressione che nella Costituzione Italiana è sancita dall’articolo 21) viene rinchiusa dentro nuove prigioni, ma non è un dato insignificante ricordare che tra il 1640 e il 1661 vennero pubblicati in Europa più di 22 mila  discorsi, libelli, giornali. Oggi siamo abituati alla bulimia di informazioni e parole. Allora era diverso, strano, nuovo, moderno:

“questo fiume di parole stampate è il sintomo di un cozzo di idee e di ideologie e dell’affermarsi di concezioni radicali su ogni aspetto del comportamento umano e su ogni istituzione sociale, dalla famiglia alla Chiesa allo Stato”2.

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Non è un caso che durante gli anni della guerra civile, tra il re e il Parlamento si fossero formati numerosi gruppi religiosi che rifiutavano cattolicesimo, anglicanesimo e calvinismo e che, mancando di una struttura organica e ben definita, spesso in questi movimenti le donne riuscissero ad emergere e potessero esercitare ruoli importanti, impensabili per il tempo, come essere delle predicatrici. Come ricorda B. Manning:

“Alla fine del gennaio e nei primi del febbraio 1642 alcune donne londinesi presero la straordinaria iniziativa di fare petizioni in Parlamento a sostegno della Camera dei Comuni”3.

Più rivoluzionario di così…

E per chi volesse approfondire l’argomento, qui un Piero Angela in gran forma con uno speciale dedicato alla Rivoluzione Inglese:
http://www.youtube.com/watch?v=zmqPHbnHuSI

Note

1Giacomo I Stuart.
2Lawrence Stone, Le cause della rivoluzione inglese, 1529-1642, Einaudi, 2001.
3B. Manning, Le donne: movimento ed emancipazione, in A. Colombo, G. Schiavone, L’utopia nella storia: La Rivoluzione inglese, Dedalo, 1992.

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